Pirandello nasce ad Agrigento verso la fine dell’800. È stato un importante autore di Romanzi, novelle e opere teatrali. Alla base della sua visione del mondo c’è un atteggiamento vitalistico, cioè tutta la realtà è vita in cui avviene una continua trasformazione da uno stato all’altro e noi facciamo parte dell’eterno fluire della vita. Alla base dell’opera pirandelliana vi è il relativismo conoscitivo. Ognuno di noi ha un proprio modo soggettivo di vedere le cose e da qui nasce l’incomunicabilità tra le persone perché ognuno di noi può vedere la realtà in un modo e non può sapere l’altra persona cosa pensa. Infatti,Pirandello dice che “nessuno più riesce a stabilirsi un punto di vista fermo e incrollabile…” . Si pensa che nella vita quotidiana, di fronte ad un evento positivo o negativo ognuno di noi sviluppa una propria opinione che è diversa dagli altri, ma può essere anche la stessa. Come Pirandello dice “il concetto della Relatività di ogni cosa si sia allargato”. Noi possiamo crearci l’immagine ad esempio del buon padre di famiglia, dell’onesto lavoratore, ma gli altri ci danno una forma diversa da quella che noi pensiamo di essere. Cioè agli occhi degli altri possiamo apparire come adulteri o come uomini senza scrupoli. Ciascuno di noi indossa una maschera e sotto di questa non c’è un individuo ben definito. Pirandello per quanto riguarda la teoria della frantumazione dell’io è stato influenzato dalle teorie dello psicologo francese Binet. L’io entra in crisi, perde di consistenza come ad esempio in “uno, nessuno e centomila”. Il protagonista scopre casualmente che gli altri lo vedono in in modo nel quale lui non si riconosce e quindi scopre di non essere “nessuno”. L’uomo soffre quando scopre di non essere nessuno, prova un senso di sofferenza e tende ad estraniarsi dalla vita in una condizione superiore di consapevolezza. Quindi l’uomo consapevole di non essere nessuno guarda da lontano gli uomini che vivono imprigionati nella trappola che ogni uomo indossa, necessariamente una maschera. Ciascuno di noi recita un ruolo della società, cioè si costruisce un immagine che vuole dare agli altri che lo osservano. Ognuno di noi non fa quello che realmente vuole, anche perché così facendo non potrebbe essere accettato nel contesto sociale nel quale vorrebbe inserirsi. Infatti, noi tendiamo continuamente a rivolgerci agli altri e prendiamo come riferimento attori, divi, che vogliono plasmarci la loro immagine e non ci rendiamo conto che perdiamo tempo a costruirci la loro personalità, non la nostra. Inoltre non abbiamo un volto tendiamo ad assomigliare agli altri che a loro volta si sono imposti una maschera. Siamo dunque degli attori. Recitiamo anche una parte per paura del giudizio che gli altri potrebbero crearsi di noi. Perdiamo la capacità di pensare perché pensiamo non con la nostra testa, ma con quella degli altri. Ci lasciamo trascinare dalle convenzioni sociali alle quali non vogliono trasgredire, ma così perdiamo di vista noi stessi e il nostro modo di pensare.

Autore

Angela Esposito
Angela Esposito
Ama la vita, perché è l'unico regalo che non riceverai due volte

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