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E’ una storia di veleni e preghiere. Di confessioni e denunce. Di Pace religiosa e carità cristiana ma anche di lotta e proteste. Di Paradisi naturalistici trasformati in veri e propri gironi infernali.

E’ la storia di San Vito al Vesuvio, frazione di Ercolano che si inerpica alla salita al Vulcano: ingresso al Parco Nazionale del Vesuvio del comune degli Scavi. Terra di ginestre e tumori; di fusti tossici e coltivazioni. Terra dei Fuochi alle pendici del Vulcano. Ed è la storia del suo prete coraggio, Don Marco Ricci, parroco antibiocidio della chiesa del Sacro Cuore di Gesù, candidato, assieme ad altri sette attivisti in tutta Italia, al premio “Luisa Minazzi – Ambientalista dell’anno”: il riconoscimento promosso da Legambiente e La Nuova Ecologia che ha trovato casa dal 2012 a Casale Monferrato (Al). Cento storie d’impegno civico, passione verso l’ambiente, attenzione al prossimo che viste tutte insieme, come un unico affresco, lanciano un messaggio di grande speranza.

La lotta all’incremento di patologie tumorali, alla devastazione ambientale con roghi tossici e rifiuti interrati nella zona alta di Ercolano coincide con la storia del Pastore e di un piccolo gruppo di attivisti riunitisi nel Comitato Ambiente Vesuvio: “Raccontare la mia storia significa raccontare la storia di un gruppo: di Giorgio, Salvatore, Marianna, Gennaro, Peppe e Luigi. E di tanti altri nomi dietro questro gruppo. Io sono stato parroco qui a San Vito dal 1999 al 2010… poi sono andato via per sei anni. Prima di ritornarci nel 2016. Quindi ho vissuto l’esperienza di Ercolano alta ed Ercolano bassa. Il paradosso è che la vera coscienza di quello che stava accadendo quassù l’ho presa negli anni in cui ero lontano. Forse vedere le cose da una prospettiva più distaccata mi ha aiutato ad essere un poco più obiettivo. Ad avere un poco meno emozione. Avevo sempre notato che c’era qualcosa di malvagio che ammazzava queste terre. Notavo gli ammalati. Sentivo i racconti della gente… però non era mai scattata quella scintilla fino alla morte di una persona cara che mi ha detto chiaramente “Qui c’è qualcosa che non va. Bisogna fare qualcosa” Da lì l’impegno con gli amici e gli attivisti. Da lì le indagini per il registro tumori per cui ringrazio l’aiuto di esperti come il professore Ciannella”.

E’ una storia continua di contrasti e di paradossi quella di Don Marco e della sua San Vito. Dopo le indagini che hanno smascherato l’alto tasso di mortalità nella zona per cancro, leucemie e neoplasie; sono arrivati gli appelli alle coscienze che hanno portato finalmente alle denunce. Quindi il rinvenimento di oltre 100 fusti tossici sotterrati nelle cave della frazione ercolanese, a pochi passi dai campi di pomodorino del piennolo: “Ricordo al momento del rinvenimento di quei fusti che in me combatteva un doppio sentimento. C’è una vecchia canzone di De Andrè che dice “Gioia e Dolori hanno il confine incerto”. Da un lato vi era il sapore di vittoria perché quei rifiuti significavano che non eravamo matti. Che quello che dicevamo non erano leggende metropolitane. Poi ovviamente mi è subito sopraggiunta la rabbia. Verso chi ha sversato. Verso chi ha chiesto e consentito di sversare. Verso chi non ha mai parlato. Ero arrabbiato con tutti eccetto che con Dio. Anche se poi col Padre Eterno ogni tanto pure ci litigo. Gli chiedo “fammi capire perché?!”.

Un “piccolo” parroco dal coraggio e dal cuore grandi che ha combattuto e tutt’ora combatte oggi contro la rassegnazione e l’omertà che ancora fanno da padrone nelle terre della periferia ercolanese: “Non mi sono mai rassegnato. Deluso e scoraggiato, qualche volta, si. Rassegnato mai. In questa lotta io sento la missione del parroco; del pastore: aiutare le persona ad uscire dalla rassegnazione… che è un po’, poi, quello che ha fatto Gesù in Palestina, quando ha trovato un popolo rassegnato a cui ha ridato speranza e fiducia. La gente di San Vito è quella che più tende a negare l’evidenza: quella che più ha paura, è più delusa, rassegnata. Non crede più nelle Istituzioni. La rassegnazione della gente è la cosa che più mi fa paura. E sento il dovere di combatterla. Per dire, durante l’ultima ondata di incendi io pur abitando giù ad Ercolano, sono stato giorno e notte qua, assieme alla mia gente. Non mi sembrava giusto che la sera me ne andassi a casa. Anche da qui nasce la mia rabbia: io potrei dire “ma a me che me ne importa”. Per questo a volte mi incazzo e dico “io lo faccio per voi a me che me ne frega?!”. A me domani mi spostano e vado a fare il parroco a Pollena Trocchia, a Milano, non so dove, insomma. Voi ci vivete, voi ci abitate. Voi avete i vostri familiari qui. Voi dovete combattere”.

L’ultimo sos, almeno fino ad ora, don Marco, l’ha lanciato nel luglio scorso. Quando i piromani hanno messo sotto assedio il Vesuvio con migliaia di roghi tossici fra OttavianoErcolano e Torre del Greco. Ma il suo impegno a tutela dell’ambiente e della salute pubblica è una costante della sua missione sacerdotale: “Se avessi davanti i responsabili di tutto questo gli direi che prima o poi saranno sottoposti al Giudizio di Dio e, se non sono credenti, di ricordarsi che il male che si fa agli altri si ritorce sempre contro sé stessi. Ad un criminale gli direi non voglio il tuo male però la sappi che la Misericordia è sempre legata alla Giustizia. Ad una amministratore, invece, proporrei di valutare la propria incapacità e di circondarsi di persone capaci, esperte, competenti, e per bene. Nel momento in cui si mettono da parte le alleanze politiche e gli accordi di potere si può fare tutto. San Vito ha bisogno di essere considerata città a tutti gli effetti. E, non solo in campagna, elettorale deve sentirsi il centro della città. Anche perché è la zona più produttiva del Comune con i suoi campi, le sue aziende, il Parco Nazionale del Vesuvio. Prima era bello quando quassù c’era una sede distaccata del Comune, della Polizia Municipale, dei Carabinieri: la gente si sentiva protetta dalle istituzioni. Ora, invece, sembra quasi abbandonata a sé stessa”.

 

l’Ora Vesuviana

Luca De Stefano
Appassionato del web.
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