Nei testi di Ermal Meta si ritrova la rabbia ed il dolore che da figli si prova se nostro padre non ama nostra madre e la difficoltà nel cercare di rimediare, dimenticandosi che si è figli. Come nel mito di Ruben.
Ermal Meta parla in alcune canzoni del dolore di un figlio che vede il padre non amare la madre, come nel complesso di Ruben. Questo dolore incide sulla schiena delle cicatrici, ma non è tardi per ricominciare. Lì ci si attaccano le ali e si prova a ristabilire in qualche modo la “giustizia degli affetti”.
Cosa accomuna i testi di Ermal Meta con il personaggio biblico di Ruben? Ruben, figlio di Giacobbe e Lea, è il giustiziere degli affetti familiari (Accardo, Lorenzini 2014); soffre l’umiliazione della madre come se fosse la sua e fin dal nome che porta gli brucia in petto il malanimo di Giacobbe verso Lea, la mai amata. Ruben è colui che pretende giustizia degli affetti, soffre di sentimenti calpestati, patisce il torto fatto alla madre. L’ingiustizia degli affetti è un danno subìto che non conosce risarcimento. E’ la storia di un abbandono ancor prima che la separazione avvenga. Ci si ritrova costretti da una rabbia ceca a farsi giustizia da soli, senza cercare un impossibile risarcimento, ma solo per punire nell’altro il destino di non essere amati. In Ruben la giustizia degli affetti non è solo l’amore del padre verso la madre, ma anche e soprattutto verso di lui, suo figlio; il padre aveva il dovere di occuparsi di lui e di proteggerlo, perché è l’amore che tiene in vita. Quando ciò non avviene si minaccia la sopravvivenza della specie ed il successo riproduttivo e assistiamo al fallimento del comportamento genitoriale, inteso come una forma speciale di comportamento altruistico.
La musica non è né scienza né letteratura eppure ci racconta tante storie. E quando a parlare è il bambino di ieri attraverso la penna dell’uomo di oggi, allora la musica diventa strumento di condivisione profonda. Nel rispetto dei sentimenti di chi ha cantato la propria vita, questo lavoro è ben lontano dal fare interpretazioni cliniche. I brani su cui mi sono soffermata sono “Lettera a mio padre” (Ermal Meta 2014) e “Vietato morire” (Ermal Meta 2017). Passando dall’uno all’altro possiamo trovare un percorso volto a ristabilire in qualche modo la giustizia degli affetti.
Un padre violento, una bestia, uno di quegli uomini che dinanzi a chi non li conosce si mascherano di voce docile e mani bianche, ma che dentro i loro occhi non hanno niente, che uccidono con le parole, colpiscono con i pugni in faccia e lasciano cicatrici e occhi neri.
La violenza domestica è anche violenza psicologica, e quando un bambino è figlio di un non amore, di un amore imperfetto, ecco che è anche vittima dell’ingiustizia degli affetti, un ingiustizia che mette a repentaglio la propria integrità fisica ed emotiva e annienta la vita in nome di un non amore. Nonostante la paura che frantuma i pensieri, il desiderio di un bambino, che potrebbe incarnare la missione rubenica, più che salvare sé stesso, è portare via di là la propria madre, attraverso i cui occhi vede e vive la sofferenza. Nel caso di Ruben la figura paterna è vista come un rivale, un ostacolo al suo progetto di realizzazione della felicità della madre. E per poter salvare un adulto, un bambino diventa grande in un istante.

Come ricominciare, da adulti
Tuttavia anche un non amore è fatto di due parti e allora cosa resta? Da un lato restano le rughe d’espressione, un cognome, la metà del sangue nelle vene e le cicatrici. Dall’altro lato restano le rughe d’espressione, un nome, l’altra metà del sangue nelle vene, le ali e un monito. L’incoraggiamento della mamma al bambino, la base sicura, il faro che protegge, perché si può proteggere anche con le promesse. Promettere e insegnare l’amore da un libro di odio, anche se costa fatica. Difatti il successo del ruolo di madre è assicurato dalla sua capacità di accorrere alle richieste di aiuto del proprio figlio, dalla sua disponibilità a confortarlo attraverso abbracci e carezze, dalla sua prontezza a proteggerlo dai pericoli (Attili 2012).
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Ruben è il portabandiera dei non amati. La rabbia di Ruben si iscrive tutta nel sistema motivazionale di attaccamento/accudimento. Tuttavia la consapevolezza dell’inutilità dei suoi sforzi condanna Ruben ad un eterno rancore. Nei testi approfonditi invece sembra esserci una strada diversa.
Se scegli una strada diversa, alla ricerca della sicurezza, un giorno diventi padre e puoi dire di cambiare le stelle, puoi dire che un cazzotto fa male, che una parola a volte ti uccide e che quando sulla schiena hai cicatrici è lì che ci attacchi le ali. Quando non si ha un buon padre bisogna procurarsene uno, diceva Nietzsche; oppure, potremmo dire, bisogna diventarne uno. Puoi dire e far si che i figli si sentano amati, perché se noi non siamo stati amati non è perché eravamo cattivi. In questo modo una mamma non smette di sognare perché la vita che avrai non sarà mai distante dell’amore che dai, ed ogni male è un bene quando serve.
Così, con la pelle dura, si può anche correre con i lupi, perché non c’è più paura e quello che era gigante oggi non si vede, perché non c’è solo la voce del sangue ma anche quella dell’affetto, e questa può salvarti veramente

Autore

Angela Esposito
Angela Esposito
Ama la vita, perché è l'unico regalo che non riceverai due volte

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